L’ultimo strato. Archeologia, ricerca e comunità a San Casciano dei Bagni

L’ultimo strato. Archeologia, ricerca e comunità a San Casciano dei Bagni

Da circa dieci anni al Bagno Grande di San Casciano dei Bagni si scava un santuario etrusco e romano nato attorno alle sorgenti termali. I ritrovamenti hanno avuto una risonanza enorme, ben oltre il mondo dell’archeologia, mentre intorno allo scavo è cresciuta una comunità scientifica, una relazione con il paese, attività di formazione e ricerca e, adesso, un nuovo centro internazionale dell’Università per Stranieri di Siena che avrà sede in un edificio del centro storico rimasto inutilizzato dagli anni Novanta.

A fine luglio siamo stati lì con Dinamo e 24FPS per realizzare L’ultimo strato, un breve documentario che prova a raccontare questo passaggio.

La scelta, abbastanza immediata sulla carta e meno semplice mentre si lavorava, è stata quella di allontanarsi dalla retorica della scoperta eccezionale. I bronzi ci sono, naturalmente, ma non sono il punto del racconto, che segue piuttosto la discesa allo scavo al mattino, il laboratorio, le lezioni, il museo, gli archeologi e gli studenti, le persone che attraversano il paese, fino ad arrivare al palazzo che ospiterà il nuovo centro di ricerca. Lo scavo, il paese, il palazzo sono i tre movimenti per provare a guardare il patrimonio come qualcosa che continua ad accadere, e non soltanto come ciò che è stato riportato alla luce.

Nell’arco della produzione ha continuato a insistere nella testa una domanda che riguarda questo lavoro e molti altri: come rendere lo sguardo della comunicazione intrusivo nella giusta misura, per ricostruire un racconto che non faccia soltanto da amplificatore narcisistico delle cose, ma che le sappia inquadrare in una cornice di onesta partecipazione.

Pensare che “onesta” significhi neutrale, sarebbe una pretesa talmente ingenua da non meritare nemmeno la precisazione. Che la comunicazione non arriva semplicemente dopo le cose, quando queste esistono già con un significato definito, per occuparsi soltanto di renderle visibili dovremmo averlo capito bene. Che nel momento in cui sceglie una persona invece di un’altra, si indugia su un gesto, si comincia una storia in un punto e decide di finirla in un altro, si contribuisce inevitabilmente a stabilire gerarchie, relazioni e significati altrettanto. Eppure tocca stare sempre in guardia.

Nel patrimonio culturale questo problema è forse ancora più evidente, perché si lavora con oggetti e luoghi che arrivano già accompagnati da un sistema molto denso di valori: autenticità, eccezionalità, identità, appartenenza, scoperta e via dicendo. E nel caso di San Casciano si aggiunge una copertura mediatica molto ampia che già molto prima del nostro timido ingresso aveva già contribuito a produrre un immaginario del luogo.

Occorre quindi una certa consapevolezza riflessiva del ruolo che chi comunica assume nella costruzione del senso delle cose. Cioè una forma mentale cui non si arriva una volta per tutte, come se esistesse un punto sufficientemente esterno da cui finalmente vedere bene: bisogna continuare ad esercitarla.

"Oggettivare il soggetto dell’oggettivazione" è una delle tante formule di Bourdieu che sembrano mantra più oscuri di quello che in realtà sono. L'oggettivazione partecipante proponeva di rivolgere gli strumenti dell’analisi verso le condizioni sociali e professionali che la rendono possibile. Non semplicemente, quindi, osservarsi mentre si osserva, operazione che può diventare a sua volta piuttosto narcisistica, ma chiedersi che cosa del nostro mestiere, della nostra posizione e delle sue convenzioni stiamo portando inconsapevolmente dentro ciò che guardiamo.

Riportata alla comunicazione la domanda diventa abbastanza concreta: da dove stiamo guardando? Perché una cosa ci sembra più interessante di un’altra? Quanto delle nostre scelte dipende dall’oggetto e quanto dalle forme che abbiamo imparato a usare per raccontarlo? Quanto pesano le aspettative del committente, quelle che attribuiamo al pubblico, i linguaggi che una piattaforma o un formato rendono più convenienti?

Perché nel mestiere in questione è noto quanto facile scivolare, quasi per riflesso, nel compiacimento del proprio sguardo, di quello del committente e di quello che immaginiamo appartenga a chi ascolta e guarda. Troviamo sempre una buona ragione per rendere le cose un po’ più straordinarie, un po’ più lineari, un po’ più risolte di quanto siano.

Nell'L’ultimo strato ci interessava il passaggio dallo scavo al paese e dal paese al futuro centro di ricerca. Il titolo nasce dalla metafora più ovvia dell’archeologia, quella degli strati, provando però a rovesciarne la direzione: a San Casciano l’ultimo strato non è quello più recente che si toglie per arrivare al prima, ma quello che si sta depositando adesso attraverso la ricerca, le persone e le trasformazioni del territorio.

Avere la possibilità di esercitare questa autocritica durante lo svolgimento di un lavoro, piccolo o grande che sia, è talvolta una fortuna che si incontra per strada. Succede quando si trovano persone disposte ad aprire l’idea di comunicazione e a mollare il presupposto che la narrazione debba essere necessariamente un’arma di difesa o di attacco, oppure soltanto uno strumento di celebrazione.

A San Casciano gli elementi che lasciano pensare che questa possibilità esista sono molti, nonostante la grandissima risonanza che i ritrovamenti hanno avuto nel contesto del patrimonio nazionale e internazionale. Più un luogo viene raccontato, esposto e caricato di aspettative, più diventa necessario interrogare anche le condizioni attraverso cui lo guardiamo.


Produzione: Dinamo e 24FPS
Scrittura e produzione: Giulio Burroni
Regia e montaggio: Milo Adami
Riprese: Amedeo Cavalca, Matteo Lotti
Assistente di produzione: Massimiliano Manetti
Riprese aeree: Ludovico Salerno
Color: Jacopo Niccoli

Con il Comune di San Casciano dei Bagni, la Soprintendenza ABAP per le province di Siena, Grosseto e Arezzo, l’Associazione Archeologica Eutyche Avidiena e l’Istituto Centrale per il Restauro.

Documentario prodotto nell’ambito del progetto FOE_CADMO, con finanziamento del Ministero dell’Università e della Ricerca.