Brandire il Brand, nelle università

Brandire il Brand, nelle università

Il 13 aprile 2026 l'Università di Padova ha consegnato nelle caselle mail di tutto il personale docente l'annuncio del suo nuovo brandbook: «un'identità rinnovata», firmata dalla Rettrice Daniela Mapelli, costruita perché «la pluralità di voci e menti dell'Ateneo» adotti «una voce cristallina». Pochi giorni dopo ha circolato una lettera durissima del chimico Mauro Sambi ai colleghi del suo dipartimento; subito dopo il gruppo Università libera, Università del futuro ha pubblicato una replica pubblica al documento. Nel frattempo il brandbook è prima passato ad accesso ristretto, poi sparito dal sito senza un avviso alla comunità. La cronaca dell'autocensura, da sola, è già un documento sul tema.

L'argomento mi sta a cuore per via del fatto che ormai da diversi anni lavoro quasi esclusivamente per atenei e ricerca in merito a servizi di comunicazione (a vario titolo) e interfacce web. E la questione non si liquida né con il riflesso anti-marketing che sopravvive in molta classe professorale, né con l'idea opposta, altrettanto ingenua, che basti emanare un editto di comunicazione bel rilegato (rivolto peraltro a eserciti perlopiù immaginari) sperando che una comunità accademica non si faccia una bella risata. A Padova si è raggiunta una scivolata di metodo che per più versi dice qualcosa dei tempi che corrono, sul ruolo della comunicazione e di come le persone la percepiscano.

La comunicazione gode da sempre della cattiva fama di essere un dispositivo di ordinamento: ebbene, lo è. Comunicare, sappiamo che significa anche selezionare, gerarchizzare, rendere riconoscibile: tutte funzioni che vanno bene a braccetto con principi di potere ed esclusione. E tuttavia, un sistema di identità visiva come sistema di ordinamento non può essere di per sé un problema e chi si straccia le vesti perché le regole del comunicare, con le loro inevitabili semplificazioni, vengono applicate anche nelle università non può che risultare sospetto: organizzazioni articolate in dipartimenti, centri, corsi, progetti, pubblici diversi, hanno bisogno di regole comuni, anche se volessimo assumere che il dibattito sul design come forma di disciplinamento e riduzione resta aperto. Le università vivono ancora in grandi caos informativi (siti web in primis) e la cosa riguarda anche il linguaggio, non solo i codici visuali.

Vale la pena ricordare cosa fa, in concreto, un brandbook, oggetto che si questo presunto disciplinamento del comunicare è il distillato in purezza.

Un brandbook è un documento che può tenere insieme, a seconda delle scelte progettuali, due livelli distinti. Da un lato la parte tecnica: marchio, colori, font, naming, brand architecture, regole per tenere coerenti i siti web di un ecosistema. È materiale poco controverso che serve a risolvere problemi reali: senza queste regole un'organizzazione grande perde ore della propria vita a decidere se il logo va in alto o in basso. Dall'altro lato c'è la parte narrativa, più critica, ed è su questa parte che si sono appuntati i dissenzi all'Università di Padova: "brand essence", valori dichiarati, tono di voce, in alcuni casi, come Padova, il "portafoglio delle parole". Qui il documento smette di descrivere convenzioni visive e comincia a prescrivere una postura sul linguaggio e le modalità espressive che la comunità accademica tutta dovrebbe adottare.

Il caso del Politecnico di Milano, anch'esso interessanto di recente da una revisione profonda dell'identità visiva, è interessante perché l'ateneo dichiara che il processo di lavoro è stato pienamente partecipato: tre cicli di focus group, ventiquattro utenti coinvolti tra studenti, personale ed esterni, coprogettazione con un partner specializzato, un design system applicato a nove siti d'ateneo. E sappiamo quanto i metodi di design partecipato, oltre a essere utili, funzionano anche come meccanismi di legittimazione: "lo abbiamo fatto insieme, quindi non puoi contestarlo".

A valle del processo, però, anche il documento del Politecnico apre le proprie pagine con una dichiarazione di brand essence, target, valori e tono di voce: la convenzione del genere, ereditata di peso dal mondo corporate, non si scioglie quindi con la qualità del metodo adottato in un processo di lavoro sicuramente lungo e complesso. Il problema, per chi ce lo vede, è semmai di modello culturale.

Il brandbook che abbiamo costruito per l'Università di Siena — pubblicato a marzo 2025 dall'agenzia Dinamo insieme a LCD studio di Firenze — sta dentro lo stesso genere, ma provava a stringerlo. C'è un manifesto iniziale, ci sono valori dichiarati, c'è una pagina sul tono di voce. Ma quella pagina si ferma a quattro principi brevi («parla in modo serio», «è rispettosa degli altri», «non si perde in formalità», «parla in modo chiaro») e basta: niente portafoglio delle parole, niente tabelle di aggettivi preferiti e proibiti, niente contraposizioni triplici. Ottanta delle centodieci pagine del documento sono parte tecnica. La scelta è stata di lasciare la prescrizione linguistica al livello più alto possibile, riconoscendo che un corpo plurale di docenti e ricercatori non è disciplinabile come una funzione marketing.

È un compromesso interno a un genere a cui è difficile sottrarsi del tutto. La parte narrativa di un brandbook è una convenzione che chi commissiona il documento spesso si aspetta, e un manuale che ne fosse del tutto privo, a mio parere, apparirebbe incompleto. Ma esiste un margine di scelta sulla profondità della prescrizione, e a Padova quel margine, probabilmente, è stato usato in direzione opposta.

Il punto critico, dei modelli di ordinamento come quelli che si esprimono nei brandbook, è quale modello si adotta per mettere ordine. Spesso il più disponibile è quello aziendale, perché è lì che il branding contemporaneo ha sviluppato lessico e retoriche omologanti: l'inconscio della comunicazione, da cui arrivano i sorrisi patinati, le ingiunzioni all'adesione, l'idea che ogni istituzione debba presentarsi come un soggetto compatto immediatamente desiderabile e consumabile.

A Padova questo modello, i firmatari del documento, lo hanno riconosciuto e denunciato. Il brandbook chiede «una voce cristallina, capace di esprimere con chiarezza chi siamo». Definisce un tono «coinvolgente ma mai drammatico», «celebrativo ma non vanaglorioso», «amichevole ma mai sfrontato». Mette a disposizione un «portafoglio delle parole»: tabelle di aggettivi e sostantivi che «risuonano coerentemente con la personalità delineata». Cambia il nome ufficiale, da Università degli studi di Padova a Università di Padova, perché il primo non si traduce bene in inglese. Il gruppo Università libera segnala anche che il documento è stato redatto senza consultare le aree scientifiche dell'ateneo che si occupano specificamente di lingua, comunicazione e traduzione. Per un ateneo, è un passo falso che si commenta da solo.

Il problema non è che questo materiale somigli al brandbook di una banca. È che università e banca vengono trattate dalle agenzie come lo stesso tipo di soggetto: un'entità con una personalità, un tono, dei valori che si possono mettere in tabella. Un'università non è un soggetto compatto: è una comunità di ricerca in cui il dissenso interno è condizione del lavoro. Pretendere "una voce sola" è un equivoco descrittivo prima ancora che politico.

Con il tempo le logiche della comunicazione corporate si sono sedimentate nelle persone. Lo sappiamo: la produzione continua di sé, la necessità di rendersi riconoscibili, appetibili, performanti. E poi la personalizzazione della politica, della cultura, delle carriere accademiche. Le università ci sono arrivate in ritardo e con un certo affanno: importanti ma disordinate, autorevoli ma poco accessibili, piene di contenuti ma lontane dai linguaggi di studenti, media, territori. Da qui il panico più o meno dichiarato: bisogna migliorare, rendersi leggibili, costruire sistemi, linee guida, format, tono di voce. Qualcosa serve davvero, basta non finire nel grottesco.

Padova non è di certo un caso isolato. Nel dicembre 2012 l'Università della California ritirò il proprio nuovo monogramma dopo una petizione con oltre 30.000 firme: studenti e alumni dicevano, semplicemente, che una public university non è una start-up. Casi simili sono ben documentati nella letteratura sull'higher education branding — Hemsley-Brown e Oplatka ne hanno fatto la rassegna sistematica già nel 2006, e Bill Readings nel 1996 con The University in Ruins aveva intuito molto prima il movimento di fondo. Tutti convergono su un punto: chi guida la comunicazione di un'istituzione pubblica deve sapere a quale tradizione comunicativa si sta riferendo. Esistono modelli alternativi a quello corporate (il servizio pubblico, l'editoria scientifica, la divulgazione civile, perfino il museo) ma vanno scelti e non subiti per pigrizia o per assenza di alternative a portata di mano.

C'è però anche molta insofferenza che mi crea insofferenza: l'idea che ogni coordinamento comunicativo sia già controllo, che ogni brandbook sia la nuova faccia della propaganda, che ogni semplificazione sia un tradimento. La comunicazione istituzionale è anche cura dell'accessibilità, chiarezza delle informazioni, responsabilità verso chi deve orientarsi. Pubblica utilità, quindi responsabilità.

Mi domando quanto se chi a Padova ha tirato su la fronda, prenda sul serio anche l'altra parte del problema: quella della responsabilità comunicativa verso chi deve leggere, capire, orientarsi.