La mascolinità in frantumi: solitudine, desiderio e politica del rancore
Mi è capitato di recente fra le mani un romanzo anomalo, che in realtà è una raccolta di racconti autonomi ma connessi e che, a giudicare dalle classifiche di fine anno, non ha lasciato indifferenti lettori e lettrici. Lui si chiama in questo modo un po’ difficile da pronunciare, Tony Tulathimutte, e il titolo è Rifiuto. È un prodotto ultra contemporaneo: ci porta dentro a forme di vita attraversate dal disagio. Ci mostra le loro strategie di sopravvivenza nella giungla del reale, che nei più casi si realizzano pienamente addentro il mondo digitale.
Il primo racconto ha come protagonista un maschio bianco che, come si direbbe oggi, incarna il tipico profilo del “performativo”: consapevole, progressista, attento al linguaggio e ai codici. Eppure, complice anche una specificità fisica (ha le spalle praticamente inesistenti), non va a letto con nessuna. Mai.
Questo mai diventa poi un MAI maiuscolo che, negli anni, lo chiude in una solitudine e in una rabbia sempre più profonde. Trova ascolto solo in un gruppo Reddit di delusi e arrabbiati come lui, e alla fine…
È la questione della cosiddetta “crisi della mascolinità” che emerge con sempre maggiore insistenza nei prodotti culturali contemporanei: su tutti la serie tv Adolescence, ma anche in certa narrativa recente, basti pensare a Nella carne di David Szalay. Una formula, quella della “crisi”, tanto ricorrente quanto ambigua.
Viene spesso usata da chi vuole leggerla come una perdita, un furto: qualcosa sarebbe stato tolto agli uomini, e la soluzione ovviamente consisterebbe nel recuperare modelli più rigidi, gerarchici e regressivi. Il passaggio è sempre molto rapido: dal disagio individuale si arriva in due salti alla colpa esterna, dal senso di perdita all’individuazione di un nemico. E femminismo, politiche di genere, cultura woke diventano così le spiegazioni “totali” del problema. Semplice.
Eppure, per quanto questo lato del problema ci disgusti e forse ci faccia paura, anche dall’altro lato, quello che per comodità e con non poca semplificazione potremmo chiamare "progressista", le risposte non sono ancora sufficienti. I principi non mancano (la critica al patriarcato, la necessità di decostruire ruoli e aspettative): quello che sembra mancare è una riflessione capace di tenere insieme due cose senza farle esplodere: il riconoscimento di un disagio reale e la responsabilità collettiva di non tradurlo in alibi o in nostalgia.
Il risultato, mi sembra di capire, è un vuoto di elaborazione, dentro cui proliferano letture molto semplificate. Ma questo è il nostro presente: le discussioni soffrono di un grave appiattimento per via del solito rifiuto della complessità, oggi sempre più grave anche a causa del problema dei problemi di oggi, cioè gli impatti di internet sulla mente. In alcuni casi internet e i social network salvano la vita, in altri portano al suicidio: in quasi tutti però, distruggono la capacità di concentrazione. Bel loop.
Il rischio concreto poi, tralasciando il dibattito ed entrando nella realtà, è di finire come i genitori di Adolescence, chiusi fuori dalla porta della cameretta del figlio e del tutto impreparati a comprendere cosa stia accadendo nella testa e negli schermi dell'adolescente barricato nell'isolamento. Dobbiamo guardarci dentro quello spioncino, e tentare di capire.
La questione maschile, del resto, non è solo sociale o psicologica: è quasi scontato dirlo. È sempre più un terreno di scontro culturale e politico.
Negli spazi digitali, in particolare, nascono narrazioni che intercettano solitudine, frustrazione, senso di inadeguatezza e li riorientano verso forme di rancore collettivo. Comunità incel , discorsi “redpill”, versioni più normalizzate del maschio ferito ma “consapevole”. Ciò che si offre è spesso un copione identitario semplice: il mondo è contro di te, qualcuno ti ha tolto ciò che ti spettava, la risposta è tornare a essere duri, competitivi e impermeabili. La fragilità, insomma, viene trasformata agilmente in risentimento politico.
È a partire da questo intreccio bello denso di cose (disagio, narrazioni e contesti culturali) che nasce l’idea del talk del 23 gennaio a Siena, con Manolo Farci e Carolina Bandinelli, e la moderazione di Tiziano Bonini.
Il punto di partenza sarà il libro di recente uscita di Manolo Farci, Quel che resta degli uomini (Nottetempo), che ci parla ti tanti aspetti della mascolinità contemporanea, a partire dai modelli che promettono riconoscimento, status e prestigio al prezzo della rinuncia alla vulnerabilità e all’espressione delle emozioni. Una mascolinità che chiede controllo, distanza, performance, e che proprio per questo finisce per indebolire le relazioni affettive, amicali e sociali. Non solo questo, tante altre cose: ma di certo “maschio” è un campo di tensioni in cui molti uomini fanno esperienza di una distanza crescente da sé. Con conseguenze devastanti per sé e per gli altri.

Accanto a Farci, al tavolo, c’è anche la sociologa Carolina Bandinelli, e con lei lo sguardo si allarga ulteriormente. Le sue ricerche, insieme alle recenti pubblicazioni divulgative (Le postromantiche. Sui nuovi modi di amare, Laterza), ci dicono di come la cultura digitale intervenga nella formazione delle soggettività contemporanee: di come, insomma, desiderio, riconoscimento, visibilità e disuguaglianze vengono continuamente rinegoziati all’interno di ambienti governati da piattaforme e algoritmi, tutt’altro che neutri.

A tenere le fila del discorso c’è un altro sociologo, Tiziano Bonini dell’Università di Siena, che di piattaforme e di come gli individui ci ri relazionino ha una certa esperienza. Anche lui di ricente ha scritto sul libro di Farci.
Sono quindi in tre, e tutti sociologi. E da un punto di vista sociologico la mascolinità non può essere solo una questione di ruoli o di identità: ci sono dentro anche le infrastrutture culturali, che producono aspettative, frustrazioni e forme specifiche di esclusione.

Adesso però vediamo di fare una buona call to action finale.
Venerdì 23 dicembre a MondoCult, la rassegna di divulgazione di Officina Solidale e MondoMangione a Siena.
“Quel che resta degli uomini”. Un dialogo su genere, desiderio e soggettività. Con Manolo Farci e Carolina Bandinelli. Modera Tiziano Bonini.
Dalle 18:00, iniziamo con il talk.
Dalle 20:00 ceniamo con la cucina di MondoMangione.
Puoi prenotarti su eventibrite: