Il nido del cuculo
Mi trovo a scrivere questi appunti per mettere ordine a un paio di idee che, probabilmente, andranno a finire nell'incontro del 20 marzo a MondoCult. Saremo con Marco Rovelli, che ci raggiunge a Siena per parlare del suo ultimo lavoro sull’adolescenza: si chiama Non siamo capolavori, il disagio e il dissenso negli adolescenti.

Sono arrivato al libro di Rovelli durante la fase preparatoria di un podcast sulla salute mentale degli studenti universitari scritto con Nicolò Porcelluzzi, (a breve disponibile "su tutte le piattaforme audio" come dicono quelli bravi).
La buona notizia del lavoro di cui parlo non è tanto il tema in sé, che ha una certa gravità, ma che a commissionarlo è stata proprio un’università e non dei facinorosi studenti dissenzienti. Lo ha fatto perché da qualche anno esistono programmi di finanziamento che servono a rafforzare la conoscenza e le azioni di contrasto del disagio psicologico nei luoghi di formazione. Si tratta di bandi a cui aderiscono, a vario titolo, Università e AFAM: c’è chi lavora direttamente su iniziative di contrasto al disagio e chi invece, oltre ad agire, cerca di comprendere a livello scientifico, di solito con studi epidemoliogici sulla popolazione studentesca degli atenei coinvolti.
Il gruppo con cui collaboro, e cui fornisco servizi di comunicazione e divulgazione scientifica, è di questo secondo tipo: non è un progetto di ricerca vero e proprio, ma fa anche ricerca, che perlopiù consiste in una serie di indagini che vengono somministrate agli studenti per capire lo stato del disagio. Che è anche il nome del nostro podcast.
È certo che le buone intenzioni e le generose linee di finanziamento non sono garanzia di riuscita delle iniziative. I risultati concreti arriveranno tra un po' di tempo. Ma in ogni caso è un primo passo che perlomeno porta le istituzioni a nominare il problema.
L’impulso ad attivare i fondi origina dalle pressioni post-pandemiche, quando si moltiplicavano i dati sul disagio giovanile ed eravamo tutti spaesati dalla coda lunga degli effetti psicologici dei lockdown. C’è stato infatti un tempo recente e forse già obliato dove si è parlato, senza farci mancare allarmismi da clickbait, di epidemia d’ansia e solitudine. Ed è stato lo stesso il periodo in cui si è cominciato a dire pubblicamente che la fragilità andasse esposta, socializzata e quindi ascoltata, anche dalle istituzioni: la scuole e l’università, appunto, vengono direttamente chiamate in causa.
Poi, secondo me, quella storia ha preso un paio di tangenti, con esiti deteriori: l’invasione sempre più incessante della fragilità sui social, esposta come una bandiera identitaria, la psichiatrizzazione totalizzante del disagio, i content creator della fragilità e un sacco di lavoro in più per gli psicologi (godetevi questo tempo). Tutte cose per cui non ci sarebbe da alzare troppo il sopraciglio polemico, ma che evidentemente hanno dei rischi concreti: ad esempio dimenticarsi che non tutto il disagio è patologia e che per imparare a vivere, lo dico brutalmente, bisognerebbe anche attraversalo quel caos e capire che può diventare un generatore di energie. Ma non per tutti è così: la sofferenza mentale esiste e oggi lavora sui grandi numeri.
"Quel periodo", si diceva: viene in mente il 2023 quando circolò la notizia di una giovane studentessa della Statale di Milano che si era tolta la vita, lasciando un lapidario biglietto con scritto “ho fallito tutto nella vita” e poco tempo dopo, in una coincidenza non causale, venne occupato il Liceo Manzoni di Milano.
Al centro di quell’occupazione fu messa, in modo inedito, la salute mentale degli studenti e gli impatti che su di essa ha il modello performativo di scuola. (Qualcuno di recente l’ha chiamata scuola neoliberale: sono sicuro che troverei degli spunti interessanti in questo libro, ma confesso di essere un po’ a disagio con titoli così netti).
Il libro di Rovelli si apre proprio riportando questi fatti. E i ragazzi del liceo Manzoni sono gli stessi che possiamo immaginare dire la frase che da il titolo al suo libro. Una frase detta al plurale e già questo è significativo: “non siamo capolavori”.
La manifestazioni del Manzoni è come se fossero state, idealmente, una risposta simbolica al primo tragico episodio dell’Università di Milano, anche se sappiamo che non c’è una correlazione reale. Ma c’é di sicuro un tempismo che ci certifica i tempi che corrono, l’aria che tira. Sono due eventi diversi, dice anche Rovelli, ma sembrano legati da un filo comune pieno di senso.
Per tutto l’arco del libro, Rovelli, propone di leggere la sofferenza all’interno di una trama più ampia, quella sociale, ovvero di situarla (anche) dentro un contesto politico. E che la sofferenza è politica lo chiarisce da subito, così come chiarisce che non sta cercando dei nessi causali per cui “é solo colpa della società se stiamo male”. Per farlo parte dai processi storici e sociali che ci portano alla cosiddetta “società degli individui”.
È infatti difficile capire fino in fondo cosa significhi oggi parlare di disagio adolescenziale se non si allarga lo sguardo oltre l’individuo. In questo senso, il libro si colloca dentro una costellazione teorica abbastanza riconoscibile, che negli ultimi decenni ha provato a leggere le trasformazioni della soggettività nelle società occidentali.
Uno dei riferimenti più citati è Alain Ehrenberg, che già alla fine degli anni Novanta parlava di una transizione da una società organizzata intorno al modello edipico, fatto di norme, divieti, autorità, a una società centrata sulla figura di Narciso.
Nel modello edipico, semplificando, il problema era il limite: l’individuo si confrontava con un ordine esterno che imponeva regole, e la sofferenza nasceva spesso dal conflitto con quel limite. Nella società contemporanea, secondo Ehrenberg, questo schema si ribalta. Il problema non è più il divieto, ma la possibilità. Non più “non puoi”, ma “puoi tutto”. Ed è qui che la libertà si trasforma in pressione.
Perché se tutto è possibile, allora tutto diventa anche responsabilità individuale. Il fallimento non può più essere attribuito a un ordine esterno troppo rigido: torna indietro, si interiorizza, diventa inadeguatezza. Non sei stato all’altezza, non hai saputo cogliere le opportunità, non hai costruito te stesso nel modo giusto.
La depressione, in questa lettura, non è più tanto una malattia del divieto quanto una malattia della performance. Ed è la "malattia" dei nostri tempi.
Questa linea si intreccia con un’altra tradizione, quella della critica al cosiddetto “soggetto neoliberale”. Qui i riferimenti sono più dispersi, Focault in primis, ma il punto è simile: il neoliberismo non è solo un sistema economico, è anche una forma di produzione di soggettività. L’individuo viene progressivamente pensato e prodotti come imprenditore di sé stesso, capitale umano da valorizzare, progetto da ottimizzare.
Questo produce una torsione molto potente, di fronte a cui non tutti i rami reggono: la vita diventa un campo di investimento, e ogni scelta (studio, relazioni, tempo libero) tende a essere letta in termini di rendimento, miglioramento, posizionamento.
È dentro questo scenario che il disagio adolescenziale assume una forma particolare. L’adolescenza è sempre stata una fase di passaggio, di crisi, di ridefinizione. Ma in un contesto come questo, quella crisi si carica di una pressione ulteriore: non si tratta solo di diventare adulti, ma di diventare una versione riuscita di sé stessi. E questo “sé stessi” non è mai neutro. È attraversato da modelli, aspettative, immagini di successo, felicità, riconoscimento.
Qui entra in gioco un altro elemento che Rovelli intercetta bene: la costruzione di un io esposto, che lui chiama “vetrificato”, continuamente messo alla prova nello sguardo degli altri. I social media amplificano questa dinamica, ma non la creano. Sono piuttosto un acceleratore di qualcosa che era già in atto: la tendenza a misurarsi, a confrontarsi, a valutarsi. Il risultato è una forma di soggettività che potremmo definire fragile non perché debole, ma perché iper-sollecitata.
A questo si aggiunge un altro tratto spesso richiamato: la cosiddetta presentificazione. Il tempo si schiaccia sul presente, il futuro perde consistenza, diventa incerto, opaco, difficile da immaginare. E senza un futuro credibile, anche l’idea di progetto vacilla. Rovelli ci ricorda che su questo punto hanno insistito, da prospettive diverse, autori come Mark Fisher e Hartmut Rosa (mi soffermo solo su questi ma ne cita molti altri). Fisher, soprattutto nei suoi scritti sulla cosiddetta hauntology, ha parlato di una sorta di nostalgia del futuro: la perdita di quei futuri che un tempo sembravano possibili e che oggi appaiono come fantasmi. Il presente si popola di tracce, di ripetizioni, di revival, ma non produce più il nuovo. Sarà vero? Mi piacerebbe sentire come la pensano gli adolescenti su questo punto.
Rosa, da un’altra angolatura, ha descritto una società dell’accelerazione in cui tutto corre, informazioni, aspettative, traiettorie di vita, ma proprio questa velocità finisce per erodere la capacità di costruire un rapporto stabile con il tempo. Si accumulano esperienze, ma si fatica a trasformarle in direzione.
Questo è un punto importante, perché mette in crisi una lettura troppo psicologizzante del disagio. Se il futuro è percepito come instabile o minaccioso, tra precarietà, crisi climatiche, instabilità geopolitiche, allora l’ansia non è solo un fatto interno: è anche una risposta, per quanto dolorosa, a un orizzonte oggettivamente incerto. Il rischio, però, è quello di spostarsi troppo velocemente sul versante opposto e finire per leggere il disagio quasi esclusivamente come effetto del contesto. È una tentazione comprensibile perché ci restituisce senso, evita la colpevolizzazione individuale, permette di nominare dinamiche reali. Ma può diventare, a sua volta, una semplificazione.
Il punto è tenere aperta questa tensione: non occorre schierarci, per una volta.
Di tutto questo, il libro di Marco Rovelli non propone una teoria nuova né una spiegazione univoca. Costruisce semmai una buona mappa che tiene insieme livelli diversi (teorico, clinico, esperienziale) cercando di non farli collassare uno sull’altro. Da una parte ci sono le grandi cornici interpretative, dall’altra ci sono le voci dei ragazzi, i racconti, le parole che cercano di dire il disagio. E poi c’è la clinica, che nel libro non è mai ridotta a tecnica, ma resta un punto di osservazione privilegiato: quello di chi incontra il disagio quando non è più solo una categoria interpretativa, ma una sofferenza concreta, incarnata.
Questa scelta (mettere insieme teoria, testimonianza e pratica clinica) è forse uno degli aspetti più riusciti del lavoro. Ma è anche quello più esposto, perché porta il libro a una tensione continua: come tenere insieme questi livelli senza semplificarli?
D’altronde, se è vero che il libro è una mappa, allora vale anche il contrario: una mappa è sempre un’astrazione del territorio. Non coincide con esso, non lo esaurisce, non lo spiega del tutto. Serve piuttosto a orientarsi, a non perdersi, a individuare direzioni possibili.